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	<title>Umami News &#187; Vino</title>
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	<description>Eventi e notizie dal mondo dell'enogastronomia</description>
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		<title>Neuromarketing: neuro cosa?</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Feb 2011 12:22:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giada Collauto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le evoluzioni costanti della rete e lo sviluppo repentino delle new technologies stanno contribuendo a esplorare alcune delle indubbie potenzialità del marketing, anche se il prodotto cui facciamo riferimento è il vino. Quante volte, nell&#8217;ultimo anno, abbiamo sentito definire &#8211; da esperti e non &#8211; il marketing con l&#8217;attributo &#8220;non convenzionale&#8221; ? Moltissime, forse troppe. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.umaminews.com/wp-content/uploads/shutterstock_107085402.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2448" style="width: 157px;height: 157px;text-align: justify" src="http://www.umaminews.com/wp-content/uploads/shutterstock_107085402.jpg" alt="shutterstock_10708540" width="157" height="157" align="left" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Le evoluzioni costanti della rete e lo sviluppo repentino delle new technologies stanno contribuendo a esplorare alcune delle indubbie potenzialità del marketing, anche se il prodotto cui facciamo riferimento è il vino.</p>
<p style="text-align: justify">Quante volte, nell&#8217;ultimo anno, abbiamo sentito definire &#8211; da esperti e non &#8211; il marketing con l&#8217;attributo &#8220;non convenzionale&#8221; ? Moltissime, forse troppe. Per chi ancora non ne fosse a conoscenza, con tale espressione si fa riferimento a tutti quei metodi di comunicazione alternativi e innovativi, che si discostano dalle tradizionali strategie promozionali e che puntano al successo di una pubblicità attraverso la sua riginalità d&#8217;azione, capendo che l&#8217;advertising attuale non è più tattico e invasivo, bensì strategico e distensivo.</p>
<p>Compatibilmente con i valori del target che si vuole raggiungere, il neuromarketing studia la mente umana per analizzare il comportamento dei consumatori e il loro coinvolgimento nei messaggi pubblicitari. Uno dei punti di forza del neuromarketing sarebbe proprio quello di ovviare ad alcune problematiche delle ricerche fino a ora utilizzate, visto che le risposte dei consumatori si baserebbero su specifiche domande formulate, poi interpretabili in modi differenti. Il metodo scientifico sarebbe quindi costituito da risposte comportamentali e non da semplici stimoli verbali.</p>
<p>Ecco i temi dei due seminari organizzati dall’<a href="http://www.iasma.it/" target="_blank">Istituto Agrario di San Michele all’Adige</a>, in programma il 10-11 marzo e il 24-25 marzo 2011, a cui parteciperanno esperti d&#8217;alto calibro come Richard Halstead, direttore esecutivo di Wine Intelligence di Londra, uno dei maggiori centri di studio sul marketing del vino a livello europeo.</p>
<p>In questa sede, verranno analizzati i pro e i contro dell&#8217;utilizzo del neuromarketing, attraverso il contributo sinergico di produttori, esperti e dirigenti che operano nel settore della grande distribuzione, HoReCa compresa.</p>
<p style="text-align: justify">Certo è, che puntare tutto su una strategia come questa distoglierebbe l&#8217;azienda dalle attuali evoluzioni del consumatore largamente visibili nei social media, o comunque morirebbe il contatto diretto cliente-utente e il classico ascolto dei bisogni.</p>
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		<title>Coltivare il futuro: la conversione dei vigneti alla filosofia &#8220;bio&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Feb 2011 14:01:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giada Collauto</dc:creator>
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		<category><![CDATA[eco-sostenibilità]]></category>
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		<description><![CDATA[Sono sempre di più le cantine tricolore che mettono in campo progetti ecologici, che vanno dal fotovoltaico alle biomasse, dalle bottiglie in vetro alleggerito al risparmio idrico, dai packaging eco-friendly al risparmio energetico, di pari passo con il crescere della sensibilità e dell’interesse da parte degli eno-appassionati per le tematiche legate alla salvaguardia dell&#8217;ambiente. Se [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><a href="http://www.umaminews.com/wp-content/uploads/millesime-bio-2011-vino-biologico.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2436" style="width: 210px;height: 145px" src="http://www.umaminews.com/wp-content/uploads/millesime-bio-2011-vino-biologico.jpg" alt="millesime-bio-2011-vino-biologico" align="left" /></a>Sono sempre di più le cantine tricolore che mettono in campo progetti ecologici, che vanno dal fotovoltaico alle biomasse, dalle bottiglie in vetro alleggerito al risparmio idrico, dai packaging eco-friendly al risparmio energetico, di pari passo con il crescere della sensibilità e dell’interesse da parte degli eno-appassionati per le tematiche legate alla salvaguardia dell&#8217;ambiente.</p>
<p>Se fino a qualche tempo fa, in pochi guardavano all’aspetto eco-sostenibile nella produzione di vino, oggi il 48% degli eno-appassionati sostiene che l’impegno ecologico in cantina è (e sarà) il valore aggiunto per rendere ancora più competitivo il vino made in Italy sui mercati, anche a livello internazionale.<br />
A tal proposito, per il 55% degli amanti del buon bere, il bollino “verde” in bottiglia (garanzia dell’impegno ecologico della cantina produttrice) rappresenterebbe un motivo in più per acquistare il prodotto.</p>
<p>Il 23 febbraio a <a href="http://www.veronafiere.it/nqcontent.cfm?a_id=372" target="_blank">Verona Fiere</a> si terrà la conferenza internazionale “Eco-sostenibilità e vantaggio competitivo nelle imprese agricole”, promossa da <a href="http://http://www.vinitaly.com/" target="_blank">Vinitaly</a> e <a href="http://www.eon-italia.com/cms/it/3.jsp" target="_blank">E.On</a>, uno dei più grandi gruppi energetici privati al mondo.<br />
In questa sede, produttori e appassionati si chiederanno qual&#8217;è il vero significato di impegno ecologico in cantina, dalla promozione all&#8217;interno delle campagne mediatiche alla corretta informazione verso il consumatore.</p>
<p>In ogni caso, ciò che conta di più è sempre l&#8217;alta qualità dei vini italiani, per i quali l’impegno “verde” delle cantine sarebbe comunque un valore aggiunto alla competitività soprattutto nell’export. Valore che dev&#8217;essere però garantito al 100%, e non rappresentare solo una semplice “operazione di facciata”. Infatti, per il 55% degli eno-appassionati, non è detto che una cantina eco-friendly faccia un vino più sicuro e di maggiore qualità,  poichè quest&#8217;ultima è sempre la risultante di una serie di fattori: la professionalità del produttore e dell&#8217;enologo, le caratteristiche del vigneto e del terreno, le materie prime, la tecnologia utilizzata.</p>
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		<title>Le aziende del Belpaese e il WINE 2.0</title>
		<link>http://www.umaminews.com/2011/02/le-aziende-del-belpaese-e-il-wine-2-0/</link>
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		<pubDate>Tue, 01 Feb 2011 12:51:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giada Collauto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[2 miliardi di utenti in tutto il mondo, 420 milioni in Cina, 240 milioni negli Stati Uniti e 30 milioni in Italia: ecco il numero degli internauti sparsi qua e là per il pianeta, perlomeno secondo le stime dell&#8217;ITU (International Telecommunication Union), l&#8217;agenzia Onu che opera nell&#8217;ambito dei sistemi di comunicazione. Un terzo dell&#8217;intera popolazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><img class="alignleft size-full wp-image-2303" style="width: 279px;height: 197px" src="http://www.umaminews.com/wp-content/uploads/woot_google-wine-beta3.gif" alt="" align="left" /><span style="font-family: verdana,geneva,sans-serif">2 miliardi di utenti in tutto il mondo, 420 milioni in Cina, 240 milioni negli Stati Uniti e 30 milioni in Italia: ecco il numero degli internauti sparsi qua e là per il pianeta, perlomeno secondo le stime dell&#8217;ITU (International Telecommunication Union), l&#8217;agenzia Onu che opera nell&#8217;ambito dei sistemi di comunicazione.<br />
Un terzo dell&#8217;intera popolazione del pianeta (digital divide a parte) naviga con costanza nel web per i motivi più diversi: prenotare una vacanza, partecipare a un’asta, comprare una t-shirt, fare la spesa.<br />
Un medium, internet, in continua crescita ed evoluzione, soprattutto considerando che gli investimenti pubblicitari sugli altri mezzi di comunicazione (stampa cartacea, radio, televisione) annaspano ancora controvento.<br />
E questo con il vino cosa c’entra, penserete.<br />
C’entra nel momento in cui ci troviamo di fronte all’azione un po’impacciata e alla timida consapevolezza delle aziende vinicole italiane -con rare eccezioni- a far sposare i loro prodotti con i meccanismi dell’e-commerce e dei social networks.<br />
Nella maggior parte dei casi, infatti, il mercato del vino tende a schivare i possibili benefici derivanti dal mondo dell’ “on line”, non rendendosi conto che il prodotto va sì commercializzato attraverso canali differenti, ma anche comunicato in maniera strategica ed efficace.<br />
Perché?<br />
In primo luogo, perché internet rappresenta il primo mezzo utilizzato dai consumatori per potersi fare un’idea dettagliata e completa sui prodotti: informazioni generali, confronti sul prezzo e immagini sono tutti elementi che ci accompagnano dalla fase pre-acquisto fino ad arrivare all’acquisto vero e proprio.<br />
In secondo luogo, come non notare che il vino è sia tecnologia che relazione: inutile nascondere che i grandi produttori di vino, nelle loro cantine, sfruttano gli enormi potenziali della tecnologia con l’obiettivo di migliorare (allora perché non far propri questi suggerimenti ai fini del posizionamento?); relazione, perché il vino rappresenta l’emblema della celebrazione del quotidiano nei suoi momenti conviviali e, in quanto tale, il mondo dei social media è una grande occasione per coniugare il digitale con il “fisico” all’interno del suddetto rapporto.<br />
Quindi è la relazione in sé a divenire sempre più centrale nel rapporto tra produttore e consumatore, tra cantine e acquirenti, dal contatto con il marchio fino alla vendita, tanto che le aziende che hanno investito nel coinvolgimento relazionale dei clienti hanno aumentato la propria redditività, mentre quelle che non si sono mosse in questa direzione, hanno avuto delle perdite o non sono cresciute.<br />
Se, da una parte, il commercio elettronico può risultare difficilmente praticabile per l’estero o comunque poco conveniente (una fra tutte, basti citare la problematica derivante dalle leggi sull’import di alcolici nei vari Paesi), dall’altra potrebbe invece dare il suo contributo in Italia per contrastare quel declino dei consumi che ha visto il vino precipitare sotto la soglia dei 40 litri pro capite.<br />
“La comunicazione delle aziende di vino è autoreferenziale, spesso fatta pensando agli addetti ai lavori, più spesso non fatta; mai comunque per chi il vino lo beve o lo dovrebbe bere davvero”. Sentenzioso il giudizio di Andrea Cinelli, alla guida di Adacto, una delle aziende italiane che opera nel campo della comunicazione multicanale. “Guardando il vino nel web sembra di assistere a quei vecchi dibattiti tra poeti, quando si scambiano minime questioni linguistiche per “milestones” d’importanza capitale”.<br />
Si contano sulle dita di una mano, quindi, le cantine che hanno profili su Facebook -ancor meno quelle presenti su Twitter – e che li utilizzano con costanza per segnalare eventi e diffondere notizie.<br />
Tuttavia, qualche azienda vinicola italiana che sgomita per entrare a far parte del mondo telematico “avantgarde” c’è, e la voce arriva forte e chiara.<br />
Per premiarne gli sforzi e per valutarne l’evoluzione in termini tecnologici, allora, niente stelle o mini calici ma una scala di chioccioline, che va da un minimo di tre a un massimo di cinque.<br />
Conquista il primo posto, con cinque “chioccioline”, la veneta Santa Margherita; la siciliana Planeta ottiene la medaglia d’argento, seguita dal nuovo sito della cantina irpina Feudi di San Gregorio (www.feudi.it). Bronzo per Donnafugata (www.donnafugata.it).<br />
Alla quinta posizione, il sito di Firriato (<a href="http://www.firriato.it/" target="_blank">http://www.firriato.it/)</a>, seguito dalla Fratelli Muratori (<a href="http://http://www.arcipelagomuratori.it/" target="_blank">http://www.arcipelagomuratori.it/</a>). Al settimo posto, una new entry: il sito di Marchesi de’ Frescobaldi (<a href="http://www.frescobaldi.it/" target="_blank">www.frescobaldi.it</a>); ottava posizione per la veneta Carpenè Malvolti (<a href="http://www.carpene-malvolti.com/welcome.php" target="_blank">http://www.carpene-malvolti.com/welcome.php</a>) e, al numero 9, la cantina chiantigiana Rocca delle Macìe (www.roccadellemacie.com); ex aequo per Ferrari (<a href="http://http://www.cantineferrari.it/" target="_blank">http://www.cantineferrari.it/</a>) e Ca’ del Bosco (<a href="http://www.cadelbosco.com/it/#/home" target="_blank">http://www.cadelbosco.com/it/#/home)</a> le due famigerate griffe delle bollicine. Alla posizione n. 11, con tre “chioccioline”, troviamo il sito del colosso trentino Cavit (<a href="http://http://www.cavit.it/page.php?pageid=PHOME001" target="_blank">http://www.cavit.it/page.php?pageid=PHOME001</a>).<br />
A chiudere la classifica un’ulteriore parità, quella tra la siciliana Tasca d’Almerita (<a href="http://www.tascadalmerita.it/" target="_blank">http://www.tascadalmerita.it/) </a>e l’umbra Arnaldo Caprai (<a href="http://http://www.arnaldocaprai.it/mediacenter/FE/home.aspx" target="_blank">http://www.arnaldocaprai.it/mediacenter/FE/home.aspx</a>).</span></p>
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		<title>Il mondo in rosa</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Jun 2009 12:53:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I vini rosati vengono da sempre considerati i fratelli minori dei bianchi e dei rossi. Quasi che la vita non debba mai avere sfumature! Questo dipende spesso da una mancata conoscenza di come utilizzarli nella maniera giusta, con quali pietanze abbinarli a tavola, in modo da avere il risultato pi&#249; apprezzabile a livello gustativo. Il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img height="100" align="left" width="150" src="http://www.umaminews.com/wp-content/uploads/rose-wine-smaller.jpg" alt="" />I vini rosati vengono da sempre considerati i fratelli minori dei bianchi e dei rossi. Quasi che la vita non debba mai avere sfumature! Questo dipende spesso da una mancata conoscenza di come utilizzarli nella maniera giusta, con quali pietanze abbinarli a tavola, in modo da avere il risultato pi&ugrave; apprezzabile a livello gustativo. Il primo concetto da sfatare &egrave; che il rosato si ottenga mescolando il vino bianco al vino rosso (nonostante il rischio recentemente corso a livello comunitario, con la bocciatura di tale ipotesi da parte della Commissione europea arrivato a cose quasi fatte, dietro la spinta di Francia e Italia su tutte): questa pratica &egrave; consentita unicamente per la produzione di spumante a metodo tradizionale o per lo champagne.&nbsp;</p>
<p>La vinificazione dei rosati avviene lasciando macerare per sole poche ore, e non per giorni come accade per la produzione dei rossi, le vinacce assieme al mosto. In questo modo si cedono solo in parte le sostanze coloranti, senza andare ad arricchire il vino di eccessivo tannino, uno dei&nbsp; componenti pi&ugrave; importanti per i vini che devono invecchiare e responsabile della sensazione di astringenza che in effetti manca a questi prodotti. Il risultato &egrave; quello di vini gustosi, non eccessivamente strutturati, adatti ad essere bevuti freschi in maniera da esaltarne la naturale acidit&agrave;. In Italia le zone pi&ugrave; rinomate per la produzione dei rosati sono quelle del Garda, dove viene prodotto il Chiaretto, l&rsquo;Abruzzo con il Montepulciano d&rsquo;Abruzzo Cerasuolo, la Calabria con il suo Cir&ograve;, e ancora la Puglia, due zone quest&rsquo;ultime che danno solitamente maggiori concentrazioni di colore e profumi. All&rsquo;estero, fra le zone pi&ugrave; conosciute, si distingue da sempre la Provenza in Francia, mentre nel Nuovo Mondo risultati piuttosto interessanti sono stati raggiunti in Sudafrica.</p>
<p>Dal punto di vista dei possibili abbinamenti gastronomici i rosati si presentano inoltre decisamente versatili. Ideali come aperitivo, da gustare freschi con affettati ad una temperatura di circa 12&deg;, questi vini possono trovare giusta collocazione anche al fianco di creme di verdura e primi piatti leggeri a base di carne, serviti in questi casi sui 14&deg; circa. L&rsquo;acidit&agrave; che caratterizza in genere questi prodotti, unita alla loro naturale freschezza, li valorizza su piatti di carni bianche, ad esempio pollame o anche vitello preparato con intingoli delicati, proponendoli inoltre come valida alternativa ai vini bianchi per alcune portate di pesce, in special modo le zuppe.&nbsp;</p>
<p>Marco Ghelfi</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Vin Santo, anima nobile e contadina</title>
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		<pubDate>Wed, 27 May 2009 10:58:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il Vin Santo &#232; un nettare antico e affascinante, a cui la tradizione toscana lega da sempre il suo nome. Vino dalla doppia anima, nobile e contadina al tempo stesso, presente sulle tavole di signori e cardinali come nelle cantine di campagna. La prima citazione risale al 1773 nelle pagine della Oenologia toscana di Cosimo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img height="95" align="left" width="120" src="http://www.umaminews.com/wp-content/uploads/Vino_Santo.jpg" alt="" />Il Vin Santo &egrave; un nettare antico e affascinante, a cui la tradizione toscana lega da sempre il suo nome. Vino dalla doppia anima, nobile e contadina al tempo stesso, presente sulle tavole di signori e cardinali come nelle cantine di campagna. La prima citazione risale al 1773 nelle pagine della Oenologia toscana di Cosimo Villifranchi, raccolta di studi ed osservazioni sui modi di fare vino dell&rsquo;epoca. La sua nascita &egrave; in realt&agrave; ben pi&ugrave; antica, con ogni probabilit&agrave; ispirata dalla passione aristocratica medievale per i vini dolci, dai moscati al vin greco di Candia. La seguente diffusione popolare gli precluse forse maggiore considerazione, ma non certo la possibilit&agrave; di affermarsi universalmente quale simbolo di allegria e convivialit&agrave;, da stappare durante occasioni speciali e nei momenti di festa.</p>
<p style="text-align: justify;">A differenza di quanto normalmente si &egrave; portati a credere il Vin Santo non pu&ograve; essere considerato una &ldquo;creazione&rdquo; esclusiva toscana, non mancando nel panorama enologico trentino, marchigiano,<img height="206" align="right" width="150" src="http://www.umaminews.com/wp-content/uploads/img_trebbiano.jpg" alt="" /> piacentino ed anche umbro prodotti che, pur con nomi diversi, sono ottenuti in maniera del tutto analoga. E&rsquo; l&igrave; che ha per&ograve; trovato terreno fertile per un suo radicamento, specie dal punto di vista culturale. Elemento che, unito a condizioni climatiche ideali e corrette tecniche di lavorazione, hanno nel tempo contribuito alla nascita di un connubio assolutamente unico, per certi versi irripetibile al di fuori dei confini regionali.</p>
<p>La produzione richiede passione ed attenzione, rispetto della natura e dei suoi ritmi, capacit&agrave; d&rsquo;attesa. Tutti elementi che spesso mal si coniugano con le esigenze commerciali di molte aziende, rischiando la virata verso prodotti &ldquo;espressi&rdquo; e certo meno emozionanti dal punto di vista organolettico. Punto di partenza la corretta scelta delle uve, con esclusione anzitutto di tipologie troppo aromatiche.</p>
<p>Le variet&agrave; devono avere acini dalla buccia spessa, utile a sopportare senza eccessivi traumi le fasi di vinificazione, e piuttosto distanziati uno dall&rsquo;altro (in termini tecnici si parla di grappolo &quot;spargolo&quot;), per prevenire l&rsquo;insorgere di muffe e marciumi durante l&rsquo;appassimento. A tale scopo sono stati selezionati nel tempo il Trebbiano toscano, la Malvasia bianca lunga ed il pi&ugrave; raro San Colombano, ancora oggi imprescindibile base di questo vino. Nella tipologia Occhio di pernice, ottenuta da uve a bacca rossa e cos&igrave; chiamata per via del suo colore, &egrave; invece il Sangiovese a dover essere presente per almeno il 50%.</p>
<p><img height="191" align="left" width="250" src="http://www.umaminews.com/wp-content/uploads/Grappoli sulle penzane.jpg" alt="" />Alla vendemmia fa seguito la delicata fase dell&rsquo;appassimento, che a prescindere dal ricorso ai tradizionali graticci in canna, i cannicci, o ad appositi sostegni verticali a cui vengono appesi i grappoli, le penzane, deve avvenire in ambienti &ndash; le classiche vinsantaie &#8211; capaci di garantire al tempo stesso sufficiente areazione e buona escursione termica fra giorno e notte, in maniera lenta e naturale, evitando qualunque tipo di forzatura. E&rsquo; attraverso questa pratica che negli acini avviene la progressiva perdita di acqua, che porta all&rsquo;aumento del tasso zuccherino ed alla concentrazione delle sostanze aromatiche. Il processo si protrae per circa tre-quattro mesi, a cui fa seguito una pressatura delicata delle uve. Il mosto cos&igrave; ottenuto &egrave; avviato a fermentazione direttamente all&rsquo;interno dei tradizionali caratelli, piccoli contenitori in legno dalla capienza di 70-100 litri in cui il liquido rimane a contatto con la madre, ossia i lieviti ereditati dalle precedenti vinificazioni.</p>
<p><img height="167" align="right" width="250" src="http://www.umaminews.com/wp-content/uploads/caratelli.jpg" alt="" />E&rsquo; da questo momento che la natura torna ad essere protagonista assoluta, perch&eacute; qui il vino &egrave; lasciato riposare per un lungo periodo, durante il quale acquista quelle sfumature e complessit&agrave; aromatiche che lo rendono unico. Dai cinque ai sette anni sarebbe la durata ideale, spesso accorciata per esigenze di tipo economiche (gli stessi Disciplinari che regolano le produzioni a denominazione di origine, come il Vin Santo del Chianti tanto per citarne una, prevedono in genere un minimo di tre anni). Una metodologia lavorativa piuttosto semplice e sostanzialmente invariata nei secoli, che rende ancora pi&ugrave; suggestivo l&rsquo;incontro con questo vino.</p>
<p>Qualche curiosit&agrave; legata infine all&rsquo;appellativo di &ldquo;santo&rdquo;, secondo alcuni ricollegabile all&rsquo;uso che ne veniva fatto durante le celebrazioni ecclesiastiche (elemento che ne diffuse anche la nomea di &ldquo;vino dei preti&rdquo;). Altri fanno derivare il nome dal momento di vinificazione vera e propria, che in alcune zone coincide con la festa novembrina di Ognissanti, mentre c&rsquo;&egrave; chi invece rimanda alla Settimana Santa di marzo, periodo dell&rsquo;anno in cui ha spesso termine l&rsquo;appassimento dei grappoli.</p>
<p>A tavola pu&ograve; costituire un compagno capace di stupire dall&rsquo;aperitivo, nella sua versione pi&ugrave; secca e magari in accompagnamento ai classici crostini di fegato, al dessert, nelle sue vesti pi&ugrave; cremose e profumate al fianco di formaggi stagionati o prodotti di biscotteria.</p>
<p style="text-align: justify;">Marco Ghelfi<br />
&nbsp;</p>
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		<title>Fragolino, il vino proibito..</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Apr 2009 11:16:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">C&rsquo;&egrave; chi la chiama Uva americana, Raisin de Cassis, o ancora Isabella. Molto pi&ugrave; comunemente &egrave; nota con il nome di Uva fragola, base per ottenere il famoso &ldquo;Fragolino&rdquo;, rosso frizzante dagli spiccati aromi di fragola la cui produzione si lega in particolare all&rsquo;area nord-orientale della penisola.</p>
<p style="text-align: justify;"><img height="207" align="left" width="150" src="http://www.umaminews.com/wp-content/uploads/Uva fragola.jpg" alt="" />Frutto e vino dalle vicissitudini abbastanza particolari, la cui storia e dimensione necessitano per maggiore chiarezza di un salto indietro di parecchi decenni. Nella seconda met&agrave; dell&rsquo;800 la viticoltura europea venne messa in ginocchio da un piccolo parassita, la fillossera, sbarcato alla foci del Rodano a bordo di una nave proveniente dagli Stati Uniti. Un insetto tanto piccolo nelle dimensioni quanto devastante nell&rsquo;appetito, la cui passione per le radici delle viti gett&ograve; nel panico i produttori del Vecchio Continente. Un autentico flagello insomma, che superato lo shock iniziale coinvolse esperti e cervelloni del tempo, impegnati nel rattoppare una situazione che, specie dal punto di vista economico, stava diventando decisamente problematica. Scoperta l&rsquo;origine di questo vorace animaletto furono cominciati studi e sperimentazioni su piante di Vitis Labrusca americana, una famiglia differente rispetto a quella Vitis vinifera presente nei vigneti di tutta Europa, e rese immuni da secoli di convivenza con il parassita.</p>
<p style="text-align: justify;">Oltre all&rsquo;utilizzo come base su cui innestare uve continentali, furono ottenute viti da incroci con esemplari europei: nacquero nuove variet&agrave; &#8211; i cosiddetti &ldquo;ibridi produttori diretti&rdquo; &ndash; come il Clinton e l&rsquo;Uva fragola appunto, che ben presto si rivelarono per&ograve; soluzioni piuttosto approssimative e scadenti in quanto a qualit&agrave; dei vini prodotti. Nel 1936 la loro coltivazione fu proibita in Italia, un provvedimento a tutela delle produzioni tradizionali che mirava a contrastarne l&rsquo;ormai ampissima diffusione (si trattava di piante robuste e facilmente adattabili a qualunque clima, perci&ograve; molto apprezzate dai vignaioli). A screditarne la fama anche la tesi che associava a questi vini pericoli per la salute, dati da presunti livelli in eccesso di metanolo e tannini: un&rsquo;ipotesi smentita dalla normativa stessa, che permetteva sia la vendita come uva da tavola che la vinificazione per uso personale.&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Vuoi dunque per una tacita tolleranza da parte degli organi di controllo, vuoi per questioni meramente affettive, l&rsquo;Uva fragola sopravvisse nei vigneti senza troppe difficolt&agrave;. La condizione di queste particolari variet&agrave;, oggetto di ulteriori atti normativi, interess&ograve; da ultimo anche la Comunit&agrave; Europea. Muovendosi sulla falsariga della tutela delle produzioni tipiche, nel 1999 i vertici di Bruxelles vietarono su tutto il territorio <img height="160" align="right" width="240" vspace="8" src="http://www.umaminews.com/wp-content/uploads/fragola.jpg" alt="" />la coltivazione di alcune specie ibride come l&rsquo;Uva fragola e la vendita dei relativi prodotti, sempre fatto salvo il possibile consumo familiare. Una presa di posizione abbastanza drastica, che sollev&ograve; non poche proteste in molti paesi legati per tradizione a questi vini. Le bottiglie commercializzate con il nome di &ldquo;Fragolino&rdquo; non hanno oggi nulla a che vedere con l&rsquo;Uva Fragola, trattandosi di bevande aromatizzate che, a livello legale, nemmeno rientrano nella categoria dei&nbsp; prodotti vinicoli. Il vero Fragolino insomma, dolce e dal caratteristico aroma di fragola (detto &ldquo;volpino&rdquo; o &ldquo;foxy&rdquo;), rimane una sorta chimera per il consumatore, un autentico di nettare proibito.</p>
<p style="text-align: justify;">L&rsquo;unica soluzione rimasta per poterlo ritrovare a tavola, magari in compagnia di torte e biscotti, sembra insomma quella di farsi regalare qualche bottiglia da un produttore. Cosa di per s&eacute; non molto comoda, questo &egrave; vero, ma almeno per il momento ancora permessa.</p>
<p style="text-align: justify;">Marco Ghelfi</p>
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